Titolo di viaggio

Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo. E sì che glielo avevo anche detto a quella cretina di Letizia. Per piacere, – gli avevo detto – non mi fare le mêche troppo chiare, mi stanno male. Invece, niente. Mi metterei a urlare se lui non stesse guardandando proprio dalla mia parte. E fa anche un freddo cane, accidenti.

Ho le ossa gonfie di sonno e la mente intorpidita. Però, è carina stamattina: deve aver schiarito i capelli e cambiato taglio. Non so, ha un’aria più sbarazzina: eh sì, magari stasera deve uscire con qualcuno, mica è come me che tutt’al più mi concedo un film e una pizza un mercoledì sì e un mercoledì no. Chissà se ci verrebbe con me. Sì, e cosa gli dico? Scusi signorina, mi chiamo Agostino e ormai è una settimana che prendiamo l’autobus a questa fermata alla stessa ora. Mi creda, non ho intenzione di abbordarla, è solo che avrei piacere di scambiare qualche parola con lei durante il tragitto. Ha visto che nebbia stamani, eh? Da non credere, si riesce a malapena a distinguere l’edicola giù in fondo… Ma che bravo! Ho messo su l’intero stupidario del rimorchio da imbranato: figurati se una come lei mi starebbe anche soltanto a sentire. Anzi, forse sì: sai dopo le risate che si farebbe con le colleghe dell’ufficio? Lasciamo stare va’, saranno cinque minuti buoni che la sto fissando. Continua a sognare, Agostino, continua a sognare.

Ecco. Visto? Letizia io ti ammazzerei, te e tutte le tue cremine. Dài Manuela, fidati: mica è la prima volta che faccio i colpi di sole, no? Colpi di sole… io un colpo te lo darei sulla testa, altroché. Sono una strega, un mostro. Si è girato schifato dall’altra parte: aveva un’espressione… Almeno avessi portato il cappellino di lana, me lo sarei calcato fin su gli occhi. Ma perché l’asfalto non si apre e mi inghiotte fino al centro della terra. Voglio morire.

Merda, che figura. Che figura di merda. M’ha guardato come se fossi il minestrone coi broccoli della sera avanti. E sì che a me il minestrone neanche piace: come diavolo mi è venuto in mente? Deve essere questa nebbia del menga che mi frulla nella testa. Cavolo, l’autobus finalmente… Almeno posso smetterla di spostare il peso da un piede all’altro e piantarla di far finta di sbirciare i titoli su Inter, Milan e compagnia bella dalla Gazzetta di questo bel tomo: è la quarta volta che volta indispettito la pagina guardandomi torvo. Salgo, m’abbarbico ai sostegni e dimentico tutta la solfa: basta che lei sia a almeno un chilometro di distanza.

Lontano, il più lontano possibile. Aspetto e mi precipito dalla parte opposta. Non ce la faccio a sosterne lo sguardo. Cioè, figurarsi… dovrebbe guardare me? Trova molto più interessante il giornale sportivo del tipo a fianco. Voglio dimenticare anche che esisto. Questa mattina grigia, questo tanfo di città al risveglio, la possibilità remota che lui mi sorrida anche per sbaglio.

Non sostare in piattaforma? Come no, dovrei avanzare verso di lei in ossequio a un divieto solo per farmi ridere dietro? Neanche se mi sloggiano a furia di gomitate mi sposto, ho voglia soltanto di guardare la mia bella faccia riflessa dai cristalli appannati. Ecco.

“Biglietti, prego…”

Ah, certo… mancava solo un controllo per ciliegina… il buongiorno si vede dal mattino, no? Ora mi toccherà frugare in borsetta come un orsetto lavatore prima di trovare il portafogli. Il portafogli… ma dov’è… non è possibile… no… è nell’altra borsa… ma perché, perché…

“Mi scusi, sono costernata. Ho cambiato borsa e ho dimenticato nell’altra il portafogli con l’abbonamento…”
“Capisco, ma io non posso farci nulla. Ce l’ha almeno un documento?”
“No che ce l’ho… ho tutto nel portafogli… ma guardi che sono tre anni che faccio l’abbonamento annuale…”
“Mi dispiace, ma senza titolo di viaggio o un documento valido sono costretto a chiederle di seguirmi al più vicino posto di polizia. Mi creda, non posso fare diversamente…”
“Non è possibile… devo andare in ufficio, la prego…”
“Mi scusi, ci sono problemi?”
“Lei chi è? Devo redigere un verbale… non s’intrometta…”
“La signorina è in regola, ha solo dimenticato il portafogli a casa… Se è solo un problema di identificazione garantisco io per lei.”
“Lei la conosce?”
“Sì. Non si preoccupi. Ci conosciamo bene…”

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